Passo di Djatlov

Apr 3, 2022

Il passo di Djatlov è uno degli eventi più drammatici e inspiegabili che sia mai avvenuto in alta montagna. Era la notte del 2 febbraio 1959, quando ben 9 escursionisti hanno perso la vita per cause misteriose. Il passo, soprannominato anche Montagna dei Morti, ha nascosto il suo segreto per oltre sessant’anni, ma forse qualcosa inizia ad essere più comprensibile.

Fin dall’inizio della tragedia, vuoi per la mancanza di testimonianze, sono state formulate numerose congetture sulla causa della perdita di escursionisti preparati ed esperti. Il luogo dell’incidente è la parte settentrionale dei monti Urali, il versante orientale del monte Cholatcachl. Dal giorno dell’incidente, il sito ha preso il nome del capo della spedizione: Djatlov.

Igor Djatlov è uno studente del Politecnico degli Urali di 23 anni. Grazie alla sua passione per l’escursionismo e la montagna, Igor diventa membro di un’associazione sportiva che organizza escursioni in montagna. Uno di questi viaggi, a cui Djatlov prende parte, prevede un viaggio attraverso gli Urali settentrionali.

La partenza verso il passo di Djatlov

La squadra, formata oltre che dal capogruppo anche da altri nove partecipanti, si mette in viaggio alla volta della tappa finale sul monte Ortonen. È il 25 gennaio 1959 e il rientro del gruppo è previsto entro il 12 febbraio. Il viaggio sembra procedere per il meglio, quando uno dei partecipanti, Yuri Efimovic Yudin, avverte un forte malessere e lascia la squadra.

I restanti nove escursionisti proseguono il loro viaggio, inconsapevoli che ben presto sarebbero diventate vittime di quella che gli investigatori sovietici definirono “una forza della natura“.

Il mancato rientro

È il 12 febbraio il momento in cui, non avendo visto rientrare i propri cari nelle proprie abitazioni, i parenti della squadra iniziano a chiedere informazioni. Trascorrono altri giorni, ma della squadra non si hanno più notizie. È così, che il 20 febbraio un gruppo di volontari si muove in cerca degli escursionisti, purtroppo senza nessun risultato.

A questo punto entrano sulla scena sia la Polizia che l’Esercito. Sono giorni concitati, lo sforzo delle perlustrazioni e la delusione dei parenti che, ogni sera, devono apprendere il triste epilogo delle ricerche. Tutti e nove gli escursionisti sembrano spariti nel nulla. Cos’è successo alla squadra?

Il primo ritrovamento

Finalmente, il 26 febbraio viene localizzata una tenda nella zona del Cholatcachl, probabilmente appartenente al gruppo. Sorprendentemente la tela della tenda risulta tagliata dall’interno, tutt’attorno sono presenti delle impronte di piedi nudi che si dirigono verso il bosco. Qui, a circa 500 metri di distanza, vengono ritrovati i corpi senza vita di due partecipanti: Yuri Krivoniscenko e Yuri Dorosenko. Sono entrambi scalzi e senza la biancheria intima.

Poco distante vengono ritrovati altri tre cadaveri, si tratta di Zinaida Kolmogorova, Slobodin e il capo spedizione Igor Djatlov. La causa della morte sembra ipotermia. A questo punto, mancano all’appello altri quattro escursionisti che non verranno ritrovati per molto tempo.

Prime ricostruzioni

Intanto, le forze dell’ordine si concentrano sulle macchine fotografiche e sui diari che vengono ritrovati sul posto, forse saranno in grado di dare qualche risposta sulle sorti di quel viaggio maledetto. In effetti, grazie al materiale è possibile fare una ricostruzione cronologica di quanto accaduto e sembra che fino al 31 gennaio tutto sia filato liscio.

Il 1 febbraio la montagna viene investita da una furiosa tempesta di neve e il gruppo prende una strada errata, trovandosi verso la cima del Cholatcachl. Quando il gruppo si rende conto della posizione sbagliata ormai è tardi, decidono quindi di accamparsi in attesa che il clima migliori. Da quel momento in poi, i diari sono vuoti e non sono più state scattate fotografie, questo fa pensare agli investigatori che quello sia stato il momento in cui è accaduta la tragedia.

Un’altra scoperta sconvolgente

Nel frattempo, le ricerche degli altri quattro escursionisti proseguono per lunghissime settimane finché, il 4 maggio i soccorritori fanno un’altra tremenda scoperta. I corpi degli ultimi membri della spedizione vengono ritrovati sotto un metro e mezzo di neve, i corpi presentano fratture ossee, uno ha un trauma cranico, uno è privo della lingua e due sono senza i bulbi oculari.

I corpi, inoltre, presentano una colorazione scura e sui vestiti viene rilevata radioattività, elemento che in seguito verrà dichiarato precedente alla tragedia.

Indagini sul Passo di Djatlov

La zona fu interdetta per molto tempo a seguito della tragedia, le indagini dell’epoca portarono alla scoperta che la tenda era stata lacerata dall’interno e gli escursionisti erano corsi via scalzi nonostante la temperatura esterna si aggirasse intorno a – 30°. I cadaveri non mostravano segni esteriori di lotta, le fratture ossee erano più che altro interne e la mancanza di parti dei corpi, come i bulbi oculari e la lingua, rendeva il caso raccapricciante.

Testimonianze

All’epoca ci furono anche delle testimonianze riguardo i giorni della scomparsa della squadra di escursionisti. Alcuni parlarono di strane luci arancioni sopra ai cieli della zona.

L’autopsia

L’autopsia sui cadaveri degli escursionisti portò ad una drammatica relazione, che parlava di morte causata da una forza irresistibile sconosciuta.

Le ipotesi sull’incidente di Djatlov

La tragedia del passo Djatlov ha naturalmente suscitato numerosi dibattiti e sono state formulate numerose ipotesi. Tra queste, c’è la possibilità che il gruppo si sia accampato nelle vicinanze delle tende in cui si trovavano i Mansi, una tribù indigena del luogo. La squadra potrebbe avere avuto un diverbio con questi ultimi, ma non si trovarono altre tracce umane sulla scena.

Un’altra ipotesi attribuisce le cause della tragedia a una tempesta di neve fortissima, che avrebbe scatenato vortici d’aria tremenda. Gli escursionisti avrebbero cercato salvezza abbandonando le tende, così come si trovavano in quel momento.

Una teoria più fantasiosa parlò della possibilità che il gruppo della spedizione si sia ritrovato nel bel mezzo di un’esercitazione militare, questo spiegherebbe sia il colore della pelle e la presenza di radioattività. Il gruppo avrebbe visto qualcosa di top secret e/o sarebbe stato vittima di un’esplosione di tipo nucleare.

A seguito della segnalazione di luci arancioni nel cielo, non sono mancati nemmeno i sostenitori della teoria aliena. Le discussioni sono proseguite per molti anni, andando a destare dubbi e, probabilmente, a smuovere qualche coscienza perché venisse alla luce la causa della morte di 9 persone innocenti. Finché un giorno qualcosa è successo.

La riapertura delle indagini sul passo Djatlov

Il 3 febbraio 2019, finalmente, il Governo Russo annuncia la riapertura ufficiale delle indagini. Poco più di un anno dopo, la Procura di Sverdlosk chiude il caso con un verdetto ufficiale: la causa della morte è da attribuire a una valanga di neve.

Secondo il fascicolo, gli escursionisti sarebbero stati colti all’improvviso da una valanga durante la notte. Per questo motivo sarebbero usciti strappando la tela della tenda dall’interno e sarebbero corsi verso il bosco a piedi nudi. Le temperature rigide della notte avrebbero poi provocato la morte degli escursionisti per ipotermia. Non si parla della mancanza di parti dei corpi o delle fratture ossee, ma sappiamo che i corpi sono stati esposti anche agli animali per diverse settimane.

Sembrava che la spiegazione ufficiale ponesse la parola fine ad un triste capitolo della montagna, ma l’opinione pubblica ha continuato a dividersi tra chi si accontentava di quella relazione e chi, invece, sostiene che il mistero non sia stato ancora risolto.